Convocati gli «Stati generali» dell'informazione e dell'editoria

(fonte: articolo21.org)

Convocati per i primi di marzo dal sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi gli Stati generali dell’informazione e dell’editoria.
L’era digitale ha fatto abbassare la saracinesca a tanti editori, con lascito di crisi e disastri: nelle imprese e nel lavoro. A dire il vero, già se ne parla dalla fine dello scorso anno, ma ora pare si stia fissando veramente una data e comunque, se finalmente si definisce un luogo pubblico in cui costruire le tappe di una rinascita del settore, un passo avanti lo si fa.
Serve un programma di interventi pubblici adeguati e non di un ritorno all’assistenzialismo. Con dati statistici inconfutabili si registra una veloce caduta della carta stampata. Verso gli abissi. Quest’ultima parabola, unita alla perdurante debolezza del consumo dei libri, configura un vero e proprio allarme rosso per l’intero comparto. Né gli accessi alle versioni digitali dei giornali, pur in aumento, sono in grado di frenare la discesa. Le vittime sono innanzitutto coloro che lavorano nelle redazioni, sempre di meno e “normalmente” precari. Il ricorso agli “ammortizzatori” da parte dei grandi gruppi ci racconta come è profonda la notte.

In tale quadro il governo ha pensato bene, come ripetutamente denunciato, di taglieggiare il “fondo per il pluralismo e l’innovazione”, diminuendo progressivamente fino alla scomparsa nel 2022 i contributi ai giornali cooperativi, di fondazioni culturali o locali. Una botta che tocca 150 testate e rischia di tagliare l’occupazione di almeno 2000 persone.
Ecco perché gli “Stati generali” arrivano quando la situazione è notevolmente compromessa. E tuttavia la speranza è sempre l’ultima a morire.
Che la conferenza nasca attraverso il confronto con le rappresentanze dell’universo editoriale, evitando qualche improvvisazione del responsabile del governo. Ha senso parlare di “buoni” per aiutare i lettori se non ci si preoccupa di evitare la chiusura di testate che – per l’appunto – si dovrebbero leggere? È una vecchia e ingiallita ipotesi degli editori, non per caso abbandonata per strada. Crimi immagina, poi, un “marchio di qualità”: per dividere buoni e cattivi? Giusto il progetto di rivedere i meccanismi della pubblicità, ma si ha il coraggio di mettere mano agli affollamenti di spot in televisione? Se si vuole essere credibili, si ripristini il “fondo”, utilizzando magari il disegno di legge sulla lettura ora in discussione alla Camera dei deputati.


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